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  • Il Cristianesimo è la religione dei nomi propri, non delle essenze. Dei volti concreti, non degli ectoplasmi. Del prossimo in carne ed ossa con cui confrontarsi, e non delle astrazioni volontaristiche con cui crogiolarsi."
    (Don Tonino Bello)
  • "Il tempo è superiore allo spazio. Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi, più che di possedere spazi"
    (Evangelii Gaudium)
  • "E' il filo di un aquilone, un equilibrio sottile, non è cosa ma è come , E' una questione di stile"
    (Nicolò Fabi “è non è”)
  • Il Cristianesimo è la religione dei nomi propri, non delle essenze. Dei volti concreti, non degli ectoplasmi. Del prossimo in carne ed ossa con cui confrontarsi, e non delle astrazioni volontaristiche con cui crogiolarsi." (Don Tonino Bello)
  • Promuovere la testimonianza della carità, lo sviluppo integrale dell'uomo, della giustizia sociale e della pace, con particolare attenzione agli ultimi e con prevalente funzione pedagogica. "
    (Statuto Caritas Italiana)

CARITAS DIOCESANA

 

La Caritas Diocesana di Pescia è l’Ufficio Pastorale della Diocesi che ha la funzione di animare la comunità, sensibilizzandola alla carità, alla giustizia e alla pace, con prevalente fine pedagogico e un’attenzione particolare alle espressioni di maggiore povertà.

Storie narrate di vite al di là del mare

Mercoledì 2 settembre alcuni ragazzi del gruppo Giovani Caritas ha partecipato ad un incontro con i richiedenti asilo alla Casa della Spiga di Grano a Ponte Buggianese, che ospita alcuni ragazzi provenienti da Senegal, Gambia, Nigeria e Mali, gestiti in collaborazione con la coop.soc. "Arkè" di Pistoia. 

Questo il racconto che Lorenzo Carducci e Giulia Canestralli hanno fatto di questa esperienza. 

"Eccoli, ce li abbiamo davanti. Sono fari che illuminerebbero persino un vicolo cieco in piena notte, sono gli occhi dei profughi. Sono gli occhi del primo ragazzo che salutiamo, timidamente diffidenti, assuefatti al dolore ma allo stesso tempo ingenui, pronti a cambiare idea, a porre di nuovo fiducia nel genere umano. Luminosi, intensi, profondi, sono armi contundenti. Armi che feriscono, perché lasciano intendere a chi li osserva la gravità di quello che hanno visto. Noi, una decina di ragazzi volontari di Caritas Diocesana di Pescia incontriamo questo gruppo di dodici profughi provenienti da Senegal, Gambia, Mali e Nigeria in procinto di lasciare la casa colonica dove hanno trovato alloggio grazie alla Coop.Soc. “La Spiga di Grano” di Ponte Buggianese che, in collaborazione con la cooperativa sociale “Arkè” di Pistoia, ha offerto loro vitto e alloggio, oltre che un supporto logistico e morale.Sono occhi stanchi, reduci da viaggi interminabili e non ancora terminati. Viaggi della speranza? No, perché quando tutto sembra impedirti di vivere dignitosamente perdi anche quella, non hai la forza di portarla con te, sarebbe un peso troppo grande. Procedi per inerzia, lasciando che qualcosa o qualcuno raccolga il tuo destino e ne stabilisca la tappa successiva. Loro sono giunti in Italia, dove finalmente si sono potuti fermare tirando un sospiro di sollievo, per certi versi il paradiso. Il problema è che il tragitto è stato un inferno: 100 persone su un'imbarcazione da 20 non può chiamarsi diversamente. Ora stanno tutti aspettando. Ma aspettando cosa? Niente, se non una commissione che certifichi la loro condizione di rifugiati politici o umanitari e che permetta loro di continuare a vivere la loro vita, di potersi spostare da un Paese all’altro, di trovarsi un lavoro stabile. Il tempo di attesa non è quantificabile: un ragazzo sta aspettando che la commissione giudichi la sua condizione da più di un anno e nel frattempo viene spostato da un alloggio all’altro senza poter mai avere un punto fisso. Alcuni attendono la risposta alla richiesta di asilo politico, altri  quella di permesso umanitario, altri attendono e basta, non si sa bene cosa, non dipende da loro. In fondo, da loro è dipesa soltanto la partenza dalla Nigeria, dal Gambia, dal Senegal, dal Mali, tutto il resto si è irreversibilmente autodeterminato, come una tempesta che decide da sola di abbattersi sulla Terra durante una giornata di sole. La domanda sorge spontanea: quale disperazione può spingere un essere umano a partire per un viaggio che egli stesso sa essere terribilmente rischioso? Forse la consapevolezza di non avere niente da perdere. Guerre, persecuzioni, dittature e povertà, rafforzate da mentalità egoistiche e omertose, hanno già portato loro via tutto. Chi è riuscito a raggiungere la Libia con qualcosa, non è stato più fortunato. C’è chi proviene da piccoli villaggi, chi da città africane, accomunati solo dalla permanenza e dalla partenza dalla Libia. Un ragazzo dice di essere arrivato in Libia per cercare lavoro, un altro per potersi liberare da un gruppo islamista che aveva assediato il suo villaggio qualche settimana prima. Ci fanno capire che non tutti avevano l’intenzione primaria di arrivare in Europa, alcuni vedevano la Libia come un piccolo paradiso in cui non erano costretti a subire quello che soffrivano a casa. Purtroppo per loro, però, i libici non li hanno accolti benevolmente ed alcuni sono finiti in galera, discriminati solo per il colore della loro pelle, alcuni sono riusciti a trovare un lavoro ma a fine giornata spesso venivano derubati, altri ancora non venivano pagati dai propri datori di lavoro. Lo stesso ragazzo che ci ha raccontato di essere finito in prigione a causa del suo colore ammette di essere invece grato ad un libico, che prima gli ha offerto un lavoro e poi gli ha pagato il tragitto verso l’Europa, vista come ultima possibile salvezza. Non tutti i facenti parte del gruppo di rifugiati, però, erano incerti su quello che li avrebbe accolti in Libia o in Europa, e dicono di essersi incamminati in un così lungo cammino perché le condizioni di vita precedenti erano ancora peggiori: in poche parole non avevano niente da perdere.Tutti quanti ammettono di aver visto la luce in fondo al tunnel proprio nel mezzo al mare, vicino alle coste siciliane, quando sono stati accolti dalla Marina Italiana che li ha portati in salvo, lontano dalle coste libiche e lontano dai barconi con i quali hanno intrapreso questo lungo viaggio.Dopo aver speso tutte le energie disponibili per arrivare in Libia, porto e porta verso l'Occidente, si sono visti sottrarre tutto dalla Libia stessa, anche le riserve d'emergenza. Banditi, criminali, approfittatori, scafisti. C'è chi una volta entrato nel tunnel non vede più la luce, loro l'hanno vista quando i soccorsi italiani li hanno salvati. E' vero, hanno perso tutto, ma nel loro caso c'è differenza tra aver perso tutto e non avere niente. Ognuno di loro possiede una risorsa intoccabile, la propria storia. E la raccontano con grande coraggio ad un gruppo di semisconosciuti seduti in cerchio di fronte a loro, coscienti di quanto sia prezioso testimoniare. Ogni tanto una lacrima solca i loro giovani volti, soffrono ma vanno avanti. Stanno premendo le dita sulle proprie ferite ma sperano vivamente che ciò possa servire.Questa prima conoscenza si conclude con un pasto gentilmente offertoci dalla cooperativa che ospita gli immigrati e cucinato da questi ultimi. Speriamo di poter entrare nuovamente con loro e riuscire a sensibilizzare più persone possibili!"

 

in contatto con loro e riuscire a sensibilizzare più persone possibili!

 

Giulia Canestrelli, Lorenzo Carducci

Tags: caritas, profughi, accoglienza, giovani

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